stopviolence

Se succede a una,succede a tutte.👭

25 novembre: Giornata Nazionale contro la violenza sulle donne. 🚫
Succede a tutte.
Succede ogni volta che mi ritrovo a parlare o a scrivere di questioni femminili. Di cose come il ‘dress code’, la cultura dello stupro e il sessismo. Mi arrivano commenti come questi: Ma non hai cose più importanti di cui preoccuparti? Non gli stai dando troppa importanza? Non è che sei ipersensibile? Sei proprio sicura di trattare la cosa in modo razionale?
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Ogni. Singola. Volta.
E ogni singola volta mi sento frustrata. Perché non lo capiscono?
Credo di essere arrivata a comprenderlo.
Loro non ne sanno niente.
Non sanno niente di che cosa significhi il ridimensionare. Il minimizzare. La muta accondiscendenza.
Che diamine, perfino noi donne, che tutte queste cose le viviamo sulla nostra pelle, non ne siamo sempre consapevoli. Ma noi tutte l’abbiamo fatto.
Tutte abbiamo imparato — istintivamente, o per prove ed errori — come fare per minimizzare una situazione che ci mette a disagio. Come evitare di far arrabbiare un uomo, o di trovarci in pericolo. Noi tutte, in più occasioni, abbiamo ignorato un commento offensivo. Tutte ci siamo scrollate di dosso con una risata un approccio inappropriato. Tutte abbiamo ingoiato la nostra rabbia sentendoci sminuite o trattate con condiscendenza.
Non ti fa stare bene. È nauseante. Sporco. Ma lo facciamo perché non farlo potrebbe metterci a repentaglio, farci licenziare o vederci etichettate come stronze. Così, di norma, intraprendiamo la strada meno rischiosa.
Non è qualcosa di cui parliamo ogni giorno. Non lo facciamo notare ogni volta che accade ai nostri fidanzati, mariti e amici. Perché è talmente frequente, talmente pervasivo, da esser diventato qualcosa con cui convivere.
Quindi forse non ne sanno niente.
Forse non sanno che alla tenera età di tredici anni ci siamo dovute scrollare di dosso lo sguardo di uomini adulti che se ne stavano lì a fissare i nostri seni. Forse non sanno che uomini dell’età di nostro padre venivano a provarci quando stavamo alla cassa. Probabilmente non sanno che quel tipo che a lezione d’inglese ci aveva chiesto d’uscire, dopo ha cominciato a mandarci dei messaggi rabbiosi per il semplice fatto che l’avevamo rifiutato. Potrebbero non esser consapevoli del fatto che il nostro supervisore ci dia costantemente delle pacche sul culo. E sicuramente non sanno che quando sorridiamo, perlopiù lo facciamo a denti stretti. Che guardiamo dall’altra parte, o facciamo finta di non accorgercene. Probabilmente non hanno idea della frequenza di cose come queste. Di come esse siano diventate abitudinarie. Talmente non sorprendenti che quasi non ci facciamo neanche più caso.
Talmente abitudinarie che ci diamo la briga di dare l’impressione d’ignorarle e minimizzare.
Celando la nostra rabbia repressa, la paura e la frustrazione. Un sorriso abbozzato o una risatina ci permetteranno di procedere nella nostra giornata. Noi ridimensioniamo. Noi minimizziamo. Lo facciamo sia fuori che dentro di noi. Ci tocca. Se non liquidassimo la cosa ci metteremmo in condizioni di dover discutere più spesso di quanto la maggior parte di noi si senta incline a fare.
Come farlo lo s’impara già da giovani. Non gli abbiamo dato un nome, o un’etichetta. Non ci siamo neanche fermate a riflettere sul fatto che le altre ragazze facessero la stessa cosa. Ma lo stavamo insegnando a noi stesse, stavamo acquisendo padronanza dell’arte del ridimensionare. Quali dovessero essere le nostre reazioni, e quali no, lo si imparava osservando, e valutandone presto i rischi.
“È questa la realtà della donna nel nostro mondo. È lo scrollarsi di dosso il sessismo con una risata, perché si ha la sensazione di non avere alternative”.
Ci facciamo un rapido calcolo mentale. Sembra instabile, iracondo? C’è altra gente intorno? Sembra ragionevole e sta solo cercando di fare lo spiritoso, per quanto in modo maldestro? Replicare inciderebbe sul mio percorso scolastico/lavoro/reputazione? Nel giro di pochi secondo siamo in grado di stabilire se rispondere in qualche modo o lasciar correre. Se affrontarlo o voltarci da un’altra parte, sorridere cortesemente o fingere di non aver sentito/visto/percepito.
Succede costantemente. È non è sempre chiaro se la situazione sia pericolosa o innocua.
È il tuo capo che dice o fa qualcosa d’inappropriato. È il cliente che per darti la mancia te l’allontana, attirandoti a sé per farsi abbracciare.

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È l’amico maschio che ha bevuto troppo e prova a metterti all’angolo aspirando a uno di quei momenti da “amici con benefici” che gli avevamo già spiegato non interessarci. È il tipo che s’arrabbia se gli neghi un appuntamento. O un ballo. O un drink.
Lo vediamo accadere alle nostre amiche. Lo vediamo accadere in così tanti scenari e circostanze  diverse che diventa la norma. E davvero non ci facciamo neanche caso. Fino a quando non ci si avvicina a una situazione pericolosa. Finché il cosiddetto amico che ci ha spinte in un angolo, il giorno dopo viene accusato di stupro. Finché il nostro capo non mantiene la sua promessa di darci un bacio a capodanno, incontrandoci da sole in cucina. Quelle occasioni spiccano. Sono quelle di cui potremmo trovarci a parlare ai nostri amici, ai nostri fidanzati e ai nostri mariti.
Ma in tutte le altre occasioni? Tutte le volte che ci siamo sentite a disagio o tese ma non è successo niente? Quelle volte che andiamo avanti a farci gli affari nostri e non ci ripensiamo nemmeno.
È questa la realtà della donna nel nostro mondo.
È lo scrollarsi di dosso il sessismo con una risata, perché si ha la sensazione di non avere alternative.
È il sentirsi rivoltare lo stomaco essendo state costrette a “stare al gioco” per andare d’accordo.
È il sentirsi in colpa, e il rimpianto di non aver affrontato quel tipo, che pareva inquietante, ma in retrospettiva era probabilmente innocuo. Probabilmente.
È tirare fuori il cellulare, e tenere il dito sul pulsante “chiama” quando di sera camminiamo da sole.
È tenersi strette fra le dita le chiavi, nel caso ci servisse un’arma mentre stiamo tornando alla nostra automobile.
È il dover mentire dicendo che abbiamo un ragazzo per convincere un tipo ad accettare il nostro “No”.
È il trovarsi in un bar/concerto/qualsiasi evento affollato, e doversi voltare in cerca dello stronzo che ci ha appena palpato il culo.
È il sapere che se anche lo individueremo, potremmo finire per non dirgli niente.
È attraversare a piedi il parcheggio di un ipermercato, ricambiando per cortesia il ‘Ciao’ di un tipo che ci ha appena salutato. È fingere di non sentire quando poi lui ci rimprovera per non esserci fermate a parlargli. Beh? Sei troppo figa per rivolgermi la parola? Hai qualche problema? Pffft… stronza.
È il non raccontarlo ai nostri amici, ai nostri genitori o ai nostri mariti perché è un qualcosa di scontato, una parte delle nostre vite.
È un ricordo che ci perseguita, di quella volta che hanno abusato di noi, che ci hanno aggredite o stuprate.
È il racconto della nostra amica, riferito fra lacrime strazianti, di quella volta che hanno abusato di lei, che l’hanno aggredita o stuprata.
È rendersi conto che i rischi percepiti ogni qual volta ci troviamo a scegliere come affrontare queste situazioni non sono affatto immaginari. Perché di donne che sono state abusate, aggredite o stuprate ne conosciamo fin troppe.

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#stopViolence #womanASflower 🌹

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